PREMESSA
Dal dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti
Replicante: replicante[re-pli-càn-te] s.m. e f. Nel l. della fantascienza, creatura artificiale che riproduce perfettamente fattezze e comportamenti umani.
Schiavo: schiavo[schià-vo] agg., s.agg. 1 Che è in una condizione di asservimento; che ha perso la libertà e l’indipendenza politica. 2 estens. Che soggiace alla volontà altrui o vive in condizioni umilianti.3 fig. Che vive in condizioni di asservimento o di dipendenza rispetto a un vizio, a un’abitudine, a un vincolo materiale: essere s. del gioco, delle passioni.
1 In passato, persona che, appartenendo giuridicamente a un’altra, era priva di ogni diritto civile e dipendente dalla volontà e dall’arbitrio del proprietario. 2 fig. Servo, succube.
ELABORAZIONE
Due vocaboli diversi, due parole che affibbiate ad un unico individuo, “sei uno schiavo replicante”, possono sembrare più che offensive , immaginiamo se venissero affibbiate ad una categoria di lavoratori, quelli che ogni giorno, sprecando fiumi di inchiostro, “replicano” la vita degli altri, la raccontano dettagliatamente, morbosamente, mentre non vivono la loro, mentre in realtà sono “schiavi” di loro stessi, delle loro paure, dei loro problemi, della loro “scienza e coscienza”. Ma anche “schiavi” del padrone, di chi li paga per il lavoro che fanno, di chi ci paga per quello che scriviamo. “Schiavi” del precariato, dell’incertezza per il futuro. Costretti a subire “perché altrimenti dove vado”. Ma ci sono forme diverse di schiavitù e tipi diversi di replicanti. Sarà il periodo difficile, saranno i problemi (in molti mi criticano per il mio costante pessimismo), sarà tutto quello che volete ma in questo momento vedo nella mia professione, quella “dell’artista della penna biro”, troppi schiavi e infiniti replicanti, (in queste due categorie mi includo). Perché, è inutile negarlo, con il lavoro che facciamo molto spesso siamo “schiavi” delle scelte degli altri, di come bisogna trattare questa o quella informazione, questa o quella notizia, “schiavi” dei superiori, spesso impreparati, ma pur sempre superiori. Sì, certo, puoi sempre rifiutare, puoi sempre togliere la firma, ma lo sappiamo bene ci sarà sempre qualche altro “schiavo” che farà il lavoro sporco. Siamo “schiavi” perché innamorati di una professione, di un’idea, di una voglia di raccontare di scrivere, ma anche “schiavi” di noi stessi, della voglia di apparire, di farsi conoscere. Siamo “schiavi” delle notizie che ogni giorno si rincorrono e si susseguono una dopo l’altra.
Esistono poi le altre forme di schiavitù nel mondo “degli artisti della penna biro”: gli “schiavi” del precariato.
Quelli che restano aggrappati a questo o quell’articolo, a questa o quella testata, pur di lavorare, visto che i posti scarseggiano. “Schiavi” di un possibile ricatto legato alla speranza di un’assunzione che poi non arriva mai o che viene posticipata all’infinito, mentre gli anni passano e tu non sei più lo “schiavo” di un tempo, quello che aveva l’entusiasmo, la voglia di correre, il fiuto di un cane a caccia di notizie. Poi ci sono gli “schiavi” del posto a tutti i costi, quelli che pur maltrattati, bastonati, non pagati, insultati, non alzano mai la testa, anche quando hanno tutta la forza contrattuale
per farlo. Meglio rimanere in silenzio a subire “tanto sto a casa mia” anziché rischiare di far abbassare il sipario su qualche esperienza traballante e, molto spesso, destinata a fallire. È una questione di esperienze: c’è chi preferisce reagire mettendo a rischio il proprio posto e c’è chi invece, legittimamente, preferisce subire, coltivando il suo piccolo “orticello dell’incertezza”. Preferisce vivere nel terrore di perdere il posto, di non essere pagato o di essere spostato di settore-regione-mansione. Preferisce, quindi, essere e rimanere “schiavo”. Di “replicanti” il mondo è pieno, di automi che vivono una vita sempre uguale fatta di una costante e quasi irreale routine, ma nel mondo degli “artisti della penna biro” il replicare è una cosa normale. Di fatto quando scriviamo di un incidente, raccontiamo di una vita spezzata, diventiamo dei replicanti, raccontiamo e, per brevi momenti, viviamo la vita di qualche altra persona, cerchiamo di raccontare le emozioni di altri, per farne emozionare altrettanti. Ma noi quante di quelle emozioni abbiamo realmente vissuto? In molti casi è meglio non viverne, in altri, forse, sarebbe stato meglio, ci saremmo immedesimati, evitando particolari morbosi che accentuano il dolore, ma lo sappiamo è solo una questione di “scienza e coscienza”, una questine di deontologia, direbbero i sapienti che sembrano non aver mai vissuto alla periferia dell’impero. Anche le stesse notizie si replicano costantemente, elezioni, incidenti, referendum, scudetti, polemiche, scioperi, a volte sono addirittura stagionali, vacanze, turismo, saldi… una replica della replica… una copia della copia…
Tutto questo è solo un momento di autocritica, dovuto sicuramente ad uno stato d’animo particolare, alle difficoltà già superate e a quelle ancora da affrontare…
ma è solo un momento in piena notte…
nessuno si è accorto di nulla…
le catene si sono allentate e il chip che ho in testa ha le batterie scariche…
domani sarà tutto diverso…
tornerò ad essere lo SCHIAVO REPLICANTE di sempre…
“Non c’è nulla che spaventi di più l’uomo che prendere coscienza dell’immensità di cosa è capace di fare e diventare”
(S.A. Kierkegaard)
L’ingranaggio permette al motore di funzionare. L’ingranaggio può bloccare il motore.
L’ingranaggio che non funziona viene sostituito.
Il motore riparte con un nuovo ingranaggio.
Arrenditi o ribellati: usa gli spazi di scelta che hai e distruggi il sistema da dentro i suoi gangli. Scappa, se non accetti le regole.
Muore lentamente chi si fa avvolgere dal gelo del pessimismo, muore lentamente chi si fa dominare dal ghiaccio dell’apatia.
E giornalismo è raccontare vite, storie, emozioni: ma solo dopo averle viste negli occhi. Il resto è una replicante imitazione.
Da: Luther Blisset su 15 Febbraio 2008
alle 6:59 pm
lo schiavo – è vero – vive nel terrore, perché non tiene conto del divenire della sua figura.
Lo schiavo, secondo la dialettica, diventa padrone e sta a lui decidere su chi rinnovare il terrore.
BRAVO!
Da: caterina caridi su 7 Maggio 2008
alle 9:49 pm
CIAO MANUEL come posso fare per contattarti?!?!?
a presto
Da: giuseppe su 15 Agosto 2008
alle 12:11 pm
ma quando lo aggiorniamo questo blogghe eh?
Da: caosmo su 22 Settembre 2008
alle 4:16 pm